MAMOUDOU E MUSTAFA. DUE STORIE. DUE FINALI DIVERSI, ANZI UNO NON C’E’.

Mamoudou Gassama salvò un bambino in Francia. Mustafa El Aoudi ha salvato la vita pochi giorni fa ad una dottoressa di Crotone. Il primo è stato ricevuto da Macron, del secondo non avremmo visto nemmeno la faccia se non fosse stato per le emittenti locali.

 

I migranti irregolari, quelli senza permesso di soggiorno, in Francia, vengono chiamati, più dignitosame che in Italia, ‘sans papier‘ che in francese significa letteralmente ‘senza carta’, o meglio privi di documenti. 

Mamoudou Gassama è un giovane maliniano di ventidue anni, un ‘sans papier’ in Francia, uno di quelli che è passato per la Libia, uno di quelli che ha attraversato il Mediterraneo con il barcone, uno di quelli che è sopravvissuto all’inferno libico e al viaggio dal Niger al mare ed è riuscito a sbarcare in Italia per poi proseguire verso la Francia. Il 26 maggio Mamoudou cammina in una strada dell XVIII arrondissement di Parigi, in cui al quarto piano di un palazzo, un bambino di soli quattro anni ciondola appeso, con le sole mani, alla ringhiera di un balcone. Mamoudou, come dirà ad un’intervista televisiva, non ha pensato a nulla, ha agito, arrampicandosi balcone per balcone mettendo in pericolo la sua stessa vita per salvare quella del piccolo, che raggiunge e che riprende, rimettendolo al sicuro nell’appartamento per poi scoppiare in lacrime, tra le grida dei passanti in strada che avevano assistito alla scena.

Pochi giorni dopo Mamoudou viene invitato all’Eliseo da Macron che gli annuncia personalmente che i suoi documenti saranno tutti regolarizzati, che riceverà la cittadinanza onorararia e che gli sarà riservato un posto di lavoro nel comparto dei pompieri di Parigi.  

Torniamo in Italia, in Calabria. Mustafa El Aoudi ha quarant’anni, è di origini marocchine e vive in Italia da quando di anni ne ha dieci, arrivato con il padre con cui vive tuttora, insieme alla moglie e tre figli, in un piccolo appartamento di Sant’Anna, frazione poco distante da Crotone. Da lì tutte le mattine parte per appostarsi davanti all’ospedale di San Giovanni di Dio di Crotone, dove fa l’ambulante. E’ un volto conosciuto dai medici e gli operatori dell’ospedale che lo salutano amichevolmente, quando entrano la mattina ed escono a fine turno, come la dottoressa Maria Carmela Calindro, che passando a fine turno, il pomeriggio del 4 dicembre lo saluta per poi proseguire verso il parccheggio. Mustafa pochi secondi dopo la sente urlare, capisce subito la gravità della situazione e la raggiunge mentre un uomo incappucciato la colpisce ripetutamente con un cacciavite gettandola a terra. Mustafa spintona l’uomo, lo insegue, lo immobilizza fino all’arrivo della polizia. Sì saprà poi che l’uomo, un crotonese di cinquant’anni, “voleva vendicare la madre”, malata oncologica terminale per la cui morte riteneva responsabile la dottoressa Calindro, che l’aveva avuta in cura negli ultimi giorni di malattia. La Calindro, ferita gravemente al collo e tuttora ricoverata, si è salvata grazie all’intervento di Mustafa El Aoudi. 

L’accaduto è quasi passato del tutto inosservato da parte delle istituzioni e anche dei media, cosa di cui si è rammaricato anche il sindaco di Crotone Ugo Pugliese, che ha proposto per Mustafa il riconoscimento dell’Encomio solenne, massima onorificenza cittadina.   

Intanto dei fantastici tre, Conte, Salvini e Di Maio, nessuno ha avuto l’accortezza di rendere nota la notizia, perchè come si sa in Italia, gli stranieri fanno notizia solo se alla loro pelle scura si abbinano qualifiche criminali, in aggiunta alla loro irregolarità che da noi, in Italia, molto meno dignitosamente che in Francia, viene chiamata ‘clandestinità‘, una parola che connota letteralmente ‘un essere umano in stato di illegalità che sta violando le leggi vigenti del paese in cui si trova’. 

Ora questi due accadimenti sono simbolici della disparità di valore civico e istituzionale dei due Paesi.

La storia di Mustafa, quella nostra, è la storia della sua invisibilità, o meglio l’emblema di un clima politico che qui in Italia è diventato asfittico per i miasmi di connnotazione nera a cui ci ha abituato il fascioleghismo mediatico di Salvini, per la subalternità o il servilismo dei Cinque Stelle che lasciano come nei clan tribali al capo tribù tutto il potere, sia decisionale che mediatico, mimando un gioco delle parti che di democratico non ha nulla, lasciando sullo sfondo di questo non edificante teatrino un premier, Conte, non identificato e non identificabile se non per l’anonimia e l’incapacità di assumere qualsiasi tipo di leadership in questo governo. 

 Pur volendo ridimensionare le capacità di Macron, soprattutto per la sua timidezza progressista, resta clamorosamente evidente come nonostante i venti di estrema destra stiano soffiando da Nord a Sud in tutta Europa e non solo, anche oltreoceano, il caso italiano stia diventando non solo il più problematico per Bruxelles, ma anche e soprattutto il più preoccupante per noi italiani. La grammatica lessicale di Salvini sta rendendo impermeabile questo Paese a qualsiasi tipo di sensibilità umanizzante che abbia come prerogativa l’altruismo, la solidarietà, l’impegno civile, la salvaguardia dei diritti nei confronti dell’altro. Una grammatica che rende impermeabili a qualsiasi intenzionalità civilmente evoluta e impegnata, a qualsiasi approfondimento, a qualsiasi sforzo di comprensione.

Tutto questo in nome di un virilismo becero, tutto salviniano che si identifica nel prognatismo mussoliniano, “il duro e puro”, quello del “chi si ferma è perduto, io non mi arrendo”, quello del “tanti nemici tanto onore”, quello del “me ne frego”, quello del “prima gli italiani” in un sempre più drammatico ritorno al ventennio, ai suoi slogan, ai suoi valori e alla sua viltà.

I fascisti sono pavidi e di onore riconoscono solo quello “bianco”.

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                                                 Macron all’Eliseo mentre parla con Mamoudou Gassama. 
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                                              Mustafa El Aoudi, l’ambulante che ha salvato la dottoressa Calindro.
di Chiara Forti
Pubblicato il 6/12/2018
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“Sabato 7 Luglio indossiamo una maglietta rossa per coniugare sicurezza e solidarietà”. L’appello di Libera per un Europa che accoglie.

 

Libera insieme ad Arci, ANPI e Legambiente sono i promotori dell’iniziativa di sabato 7 luglio che invita ad indossare magliette di colore rosso per denunciare l’indifferenza e il cinismo a fronte delle vittime in mare degli ultimi giorni, tra cui tre bambini.

 

Le parole dell’iniziativa “fermare l’emorragia di umanità” sono la metafora dell’urgenza di anteporsi ad un clima di preoccupante indolenza rispetto a fatti gravissimi come l’annegamento in mare di cento migranti al largo delle coste libiche, tra cui tre bambini.

Firmatari dell’appello sono Don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera e del Gruppo Abele, Francesco Viviano, giornalista, Francesca Chiavacci, presidente nazionale dell’Arci, Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente e Carla Nespolo, presidente nazionale ANPI. La stessa ANPI invita tutti “ad aderire operativamente” fotografandosi con una maglietta rossa per poter pubblicare nel web chiunque voglia sostenere l’iniziativa inviando gli scatti anche corredati da messaggi all’indirizzo mail: ufficiostampa@anpi .

Aderiscono all’appello moltissime associazioni e cooperative che nel sito di Libera vengono aggiornate di ora in ora.

 

 

di Chiara Forti 

Pubblicato il 04/07/2018

 

SALVINI e LA NEGAZIONE DELLA REALTA’

Di seguito alcuni stralci dei post di Matteo Salvini pubblicati sulla sua pagina personale attraverso la piattaforma social Twitter, dove conta quasi 800.000 iscritti che ogni giorno ricevono continui aggiornamenti.

– […] Vi tengo aggiornati! (25 giugno2018)

– Ottimo pranzo a bordo del volo militare di oggi: cotoletta e patatine! 😁Buona   cena, Amici. (25 giugno)  Tweet corredato da foto con un piatto di cotolette e   patatine sullo sfondo i comandi e le luci della cabina di pilotaggio di un aereo.

– […] onore! (25 giugno 2018)

– Ringrazio di cuore, da ministro e da papà, […] (24 giugno 2018 )

– Buona serata, Amici che fate? Tranquilli […] (24 giugno 2018)

– Senza parole. Posso dire che mi fa schifo e che mi vergogno io per           lui?  (riferendosi al giornalista Furio Colombo)  ( 24 giugno 2018 )

– […] Buonanotte Amici! (23 giugno 2018)

– […] Non è uno scherzo! #teamrosiconi (23 giugno 2018)

– Che fossi razzista, patetico e pericoloso lo sospettavo, ma “perverso” non me lo   aveva mai detto nessuno😁! #rosiconipd (23 giugno 2018 )

– […] Buon sabato Amici, vi voglio bene. ( 22 giugno 2018)

– Amici, io non mollo! […]

– Lo Stato è meglio della mafia (21 giugno)

– Il Popolo italiano non è in vendita

– Gli insulti dei chiacchieroni Macron e Saviano non mi toccano, mi fanno forza. Mentre loro parlano, io oggi sto lavorando per bloccare il traffico di clandestini nel Mediterraneo e per restituire agli italiani le ville sequestrate ai mafiosi. C’è chi parla, c’è chi fa. Bacioni (21 giugno 2018)

– […] Conto su di voi. Passaparola!

– Bacioni a Saviano e agli scafisti.

– Io e lei tifavamo Islanda (ritraendosi in un selfie con una mucca)

– In Italia la musica è cambiata! #chiudiamoiporti

– Che forza la nostra Comunità, amici!

– Dopo una giornata lunga e impegnativa, un po’ di relax coi ragazzi e con la   musica di #Amici17

Il 20 giugno il primo tweet di Salvini parte alle 9:21, l’ultimo alle 00:29 per una sequenza di ben 31 tweet, in cui in 12 di questi sono incorporate fotografie dove è ritratto in primo piano o mezzo busto.

Il linguaggio di Salvini è continuamente “colloquiale”, ha tolto al suo linguaggio tutto ciò che può renderlo formale o, politicamente parlando, “istituzionale”. Salvini si toglie così dall’impaccio di non essere capito, o meglio di non essere compreso dalla fascia di popolazione che più gli interessa, quella che non ha e non ha avuto gli strumenti culturali per sviluppare un linguaggio più composto, più complesso e che conseguentemente ha meno strumenti per sviluppare senso critico e capacità di discernimento. Poi c’è un’altra fascia, quella che gli strumenti per una base culturale medio-alta li ha avuti, ma che coglie nel linguaggio e nelle parole di Matteo Salvini una semplicità di pensiero che risulta estremamente immediata e quindi molto più facile da fruire, da ripetere, da memorizzare, perché non c’è nulla da capire: le frasi, il linguaggio, gli slogan sono talmente immediati che non debbono fornire altre indicazioni, tolgono dall’impaccio di dover capire, di dover ragionare, di porsi questioni. Sì, perché Salvini per lo più afferma, le sue frasi contengono essenzialmente affermazioni che non lasciano né il tempo né le circostanze per creare interrogativi. Si esprime esclusivamente con affermazioni che appaiono soluzioni già preconfezionate, che suonano sempre come delle pacche sulla spalla all’amico a fianco. Ripete ossessivamente “Amici” per poter rendere la sua comunicazione più confidenziale, più intima, eliminando consapevolmente classificazioni istituzionali. Lui è il Ministro degli Interni, ma anche il tuo vicino di casa o l’amico con cui vai a fare una chiaccherata “giù al bar”: in effetti, è assai meno probabile essere raggirati dall’amico che ti sprona dandoti una pacca sulla spalla che da un dirigente politico che conosci solo attraverso le immagini dei giornali o della tv.

Negli ultimi manifesti della Lega che lo ritraggono in primo piano usa la posa del cosidetto “Zio Sam”, un poster americano del 1917 che ritraeva il volto di un veterano col dito puntato che impersonava simbolicamente la nazione, per il reclutamento dei soldati della prima guerra mondiale, riciclato poi anche per incoraggiare i giovani ad arruolarsi durante la seconda guerra mondiale. La scritta sotto l’indice alzato che indica chi guarda il poster è “I want you for U.S. army (Voglio te per l’esercito degli Stati Uniti)”.

 

Salvini quindi implicitamente ci sta dicendo “voglio il tuo voto per farmi diventare premier”, ma non secondario per importanza, nel linguaggio visivo di questi due manifesti, il simbolo di quell’indice alzato è soprattutto quello di dirci “TU”: tu sei il protagonista. Questo meccanismo rientra in una retorica dell’immagine subdola e persuasiva che è quella del richiamo personale a partecipare a “qualcosa di grandioso”, là era la guerra, qui per Salvini è ”fare diventare il NOSTRO PAESE, grandioso” o meglio “TU, col tuo contributo, farai diventare migliore il TUO Paese”: come sottrarsi ad un invito così allettante? Per chi si sente di non contare nulla, di non avere più voce in capitolo, per chi non si sente ascoltato né collettivamente né individualmente.  Quell’ “Amici”, quel “Buongiorno”, quel dito indice puntato, quel “Vi tengo aggiornati”, Salvini fa rientrare tutto in un’enorme chat di whatsapp, dove lui diventa il giostraio che incita a quel riscatto mancato di cui molti, moltissimi sono vittime. Il problema è che la dignità personale non si riacquista con uno slogan, che una ferita individuale causata dall’iniquità sociale non può essere sanata da duemila migranti in meno che invece di mettere piede in Italia vengono lasciati morire in Libia.

Ma Salvini sa perfettamente che “prendere all’amo”strumentalizzando la fragilità e la vulnerabilità delle persone è un ottimo schema per fare “abboccare all’amo” e  assicurarsi consensi e visibilità. Incitando, aizzando, screditando chiunque si opponga o critichi la sua linea di pensiero, Salvini ha rispolverato inconsapevolmente il cosidetto “verisimile” aristotelico¹ cioè quello che il pubblico ritiene possa essere possibile; secondo una logica in cui è molto meglio raccontare quello che le persone credono possibile, anche se è impossibile scientificamente, che non quello che è possibile realmente, soprattutto se questo “possibile” è rifiutato dall’opinione pubblica che nel frattempo l’ha collettivamente censurato.  

Questo sta a significare che se affrontiamo il tema dell’immigrazione, dobbiamo come popolo censurare il fatto che moltissimi individui di origine africana vengono fatti morire nelle carceri libiche, perché non possiamo essere un popolo così cattivo da permettere questo, quindi questa realtà non esiste, è un’invenzione anche se ci sono enormi quantità di testimonianze e documentazioni che provano queste atrocità.  Per cui ci è molto più facile credere che “noi italiani siamo le vere vittime”, vittime di africani che “hanno i soldi per arrivare in Italia, altrimenti non ci arriverebbero”, vittime di africani che “se lavorano rubano il lavoro agli italiani e che se non lavorano delinquono nelle città italiane”. E’ ovviamente più facile capovolgere la realtà e non porsi domande invece di guardare criticamente e in profondità accadimenti e realtà differenti, accettare il dubbio, mettersi in discussione e porsi delle domande.

Verrebbe quasi da chiedersi se siamo più malati di pigrizia, di negazione o di un individualismo sfrenato che non lascia più spazio a nessun tipo di empatia o compassione.

Oppure verrebbe da chiedersi se siamo più stupidi e ignoranti da non capire che se siamo vulnerabili o feriti individualmente per l’iniquità sociale, per la delinquenza e il malaffare lo siamo a causa dello Stato italiano che spesso ha rubato invece di elargire, dei partiti che hanno governato malamente invece di fare politiche basate sui reali bisogni dei cittadini italiani e che hanno lucrato attraverso personalismi e raccomandazioni.

Ma non c’è niente da fare: continuiamo a negare la realtà.

di Chiara Forti

 

 ¹ – A.4.3. Il verisimile. – La retorica antica, Roland Barthes

 

Pubblicato il 26/06/2018

 

IL MIO MIGRANTE È IL MIGRANTE INUTILE

Lezioni di umanità da Domenico Quirico.

Trascrizione di un intervento in RAI del giornalista e scrittore Domenico Quirico sul tema dell’immigrazione.

<< Io credo che il problema della migrazione non sia un problema di compassione o di bontà. É un terreno su cui non mi ci pongo: non devo accogliere il migrante perché io sono buono o cacciarlo perché io sono cattivo, questo è un termine che non m’interessa, ma è un problema di diritti.

Attenzione di diritti! E non soltanto nel senso che i richiedenti asilo che vengono dai paesi in guerra hanno il diritto, non è che gli viene riconosciuto come una bontà; hanno il diritto di essere accolti perché c’è una convenzione internazionale che abbiamo firmato, insieme a tutti i paesi del mondo, meno, credo, la Corea del Nord, ma in Corea del Nord non ci va nessuno, cercano di scappare più che di andarci. Quindi dobbiamo accoglierli. Non è la Merkel, Renzi o qualcun altro che dice – Sono buono vi prendo – li deve prendere!

Il problema dei diritti è anche nei confronti di quelli che non vengono da questi paesi o non sono il cosiddetto, deprecato, terrificante, “migrante economico” e spiego anche perché: perché noi siamo quello che siamo o diciamo di essere, l’Occidente, la democrazia, l’Europa e lo siamo perché ce lo siamo inventato noi il diritto. Nel momento in cui abbiamo applicato il concetto di diritto, che è sempre esistito nella storia umana, ma sempre applicato a dei gruppi: io ho un diritto se sono cattolico e non sono protestante, se sono mercante e non sono plebeo, se sono principe, se sono nobile e non sono borghese. L’abbiamo applicato all’uomo astratto, ovvero all’uomo in quanto uomo, senza aggettivi, che sia ottentotto, americano, francese o turco, cattolico, musulmano o ateo. Questa è l’invenzione dell’Occidente, non è la macchina a vapore, è questa l’invenzione dell’Occidente. 1700, la grande rivoluzione e la nascita degli Stati Uniti d’America, che lottavano come colonia contro i colonizzatori inglesi.

Noi oggi facciamo il percorso inverso, non andiamo dal concetto di diritto in senso astratto ad ogni uomo, ma facciamo quello che è stato fatto prima, cioè lo applichiamo a qualcuno: – Io sono europeo, ho un passaporto, sono occidentale, ho dei diritti, tu da dove vieni ? – La prima domanda, la domanda più idiota, che viene fatta al migrante qual’é : – Tu da dove vieni? – Non viene da nessuna parte, viene da due anni di viaggio nella disperazione e nel dolore. Però gli si chiede – Tu da dove vieni?– Io vengo dall’Eritrea – Eh no, mi dispiace, il concetto di diritto per te non vale, torna da dove sei venuto, il diritto vale solo per noi perché siamo all’interno del paradiso, del superattico dell’Occidente. –

Questa è la negazione di ciò che siamo e nel momento in cui neghiamo tutto questo ci disintegriamo, non abbiamo più alcuna funzione nella storia del terzo millennio, non siamo più niente.

Il migrante mi offre una possibilità, la offre a me, di dimostrare di essere quello che devo essere, ed è la più straordinaria occasione storica, forse l’ultima che questa parte del mondo ha.

Nel momento in cui gli dici : – No guarda, tutto quello che scriviamo, diciamo, le costituzioni, i magnifici libri, i discorsi dei vari anniversari, ma tutte parole, valgono solo per noi, ma non valgono per te, perché questo è un paradiso ma a numero chiuso, la torta non bisogna dividerla in troppe fette, perché se no diventa troppo piccola. –

Allora è lui che aiuta me, non io che aiuto lui. A me “il migrante utile” non interessa, il concetto di ‘accolgo il migrante perché mi porta delle cose, mi fa diventare più ricco, mi aumenta il Pil, lo metto a fare dei lavori che io non faccio più’ non me ne importa niente!

A me quello che interessa è “il migrante inutile” quello che quando arriva lì, a Lampedusa o a Pozzallo o in altri posti, lo tocco con i guanti di gomma, come non faccio neanche più con le bestie, e mi metto la mascherina perché ho paura dei contagi, quello è “il mio migrante”, quello che io ho il dovere di accogliere perché non sa fare niente, non è niente.

È quello che una volta chiamavano il povero, si mette sulla battigia, alza le braccia e dice – Io sono qua, aiutatemi – , è quello che io devo aiutare ad accogliere non l’altro che ce la può fare perché ha tre titoli di studio e magari posso integrare nella nostra attività economica. >>

Domenico Quirico ha vinto recentemente il Premio Terzani con il suo libro «Succede ad Aleppo» edito dalla casa editrice Laterza.

Quirico segue le vicende dell’Africa e del mondo arabo da più di vent’anni, nel 2013 è stato vittima di un lungo sequestro durato più di cinque mesi in territorio siriano da parte di un gruppo di ribelli, esperienza che ha narrato nel volume «Il paese del male: 152 giorni in ostaggio in Siria», edizione Neri Pozza.

(Intervista video RAI del 28 gennaio 2018.)
Pubblicato il 15/04/2018

“INVITI SUPERFLUI” di DINO BUZZATI. Per la giornata mondiale della poesia un breve racconto di Buzzati.

Il racconto appare inizialmente nella raccolta “Paura alla scala” edito da Mondadori nel 1949, poi incluso nell’edizione del 1958 in una nuova raccolta titolata “Sessanta racconti” e successivamente inserito nell’antologia “La boutique del pensiero” edito nel 1968. 

Inviti superflui

Vorrei che tu venissi da me una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi, per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

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Yves Klein e Dino Buzzati durante il rituale di cessione di una Zone de sensibilité picturale immatérielle. Parigi, Pont-au-Double, 26 gennaio 1962 .

 

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola. Ma tu – adesso mi ricordo – mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrare la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti d’essere stanca; solo questo e nient’altro.

Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dai prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti “Che bello!” Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.

Ma tu – ora che ci penso – tu ti guarderesti intorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata ad esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti “Che bello!”, ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici.

Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di se una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo. Ma tu – lo capisco bene – invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. E’ inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo e donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.

Ma tu – adesso ci penso – sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

 

di Dino Buzzati

 

Pubblicato il 21/03/2018

PERCHE’ “@” DOVREBBE RESTARE SOLO UN LOGOGRAMMA.

Sul manifesto programmatico presentato dal movimento femminista Non Una di Meno: perché “@” dovrebbe rimanere solo un logogramma e non diventare un grafema/fonema per rivendicare un linguaggio “non sessuato” e più affine ai movimenti femministi.

Perché la questione della violenza sulle donne non può e non deve rimanere una questione esclusivamente femminile quando colpevole è prima di tutto la cultura sottintesa nei generi sessuali, determinata da secoli di patriarcato.

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© Mar Ordonez/ El arte de mi madre

All’indomani della manifestazione di Roma indetta dall’associazione femminista ‘Non una di meno’ che ha contato felicemente migliaia di presenze viene da chiedersi però, soprattutto dopo averne letto il manifesto programmatico presentato il 21 novembre, Piano contro la violenza maschile e la violenza di genere, se questo tipo di femminismo è realmente quello che ci rappresenta come donne, come cittadine ma soprattutto come componenti di una comunità complessa in cui le differenze non solo vanno accolte, ma ancor di più comprese. Emblematica una circostanza durante lo svolgimento dell’evento apparentemente insignificante, ma fortemente significativa: quello di un giovane, di sesso maschile, a cui è stato negato in malo modo di manifestare alla testa del corteo perché riservato a sole donne.

 Leggendo il manifesto programmatico, che conta ben cinquantasette pagine, sono rimasta colpita dalla premessa iniziale che dichiara “la lingua italiana” “una lingua sessuata” perché distingue tra genere maschile e femminile e non possiede al contrario di altre lingue, come ad esempio l’inglese, il genere neutro, rivendicando il logogramma @ come un nuovo fonema da utilizzare come riscatto linguistico e conseguentemente dove la parola “donn@” dovrebbe indurci a sentirci maggiormente rappresentate e riscattate a partire dal linguaggio.

 Alla lingua “sessuata” italiana non possiamo certo fare il torto di non riconoscerla come una tra le lingue neolatine, che dalle antichissime radici indoeuropee fino al latino volgare, risulta tra le più complicate e articolate. Non possiamo fare il torto di colpevolizzare la lingua italiana perché nel tempo ha perso il genere neutro. Nella nostra bellissima lingua non c’è nulla di discriminante, semmai lo diventa l’uso che se ne fa.

 Il problema non è rinnovare o ancora peggio deformare una lingua affinché non risulti “sessuata” o ancora peggio sessista, perché la lingua italiana se usata correttamente non lo è, semmai il problema è quello di educare all’espressione di un linguaggio che non sia sessista.

 E’ auspicabile che un “linguaggio inclusivo e foriero di nuove parole” (cit.) non faccia di un logogramma un simbolo, ma semmai che utilizzi connessioni linguistiche che possano esprimere concetti e significati nuovi e più specifici.

 Continuando ad analizzare il programma il linguaggio italiano sarebbe foriero di un concetto binario del genere, ovvero quello maschile e quello femminile, quindi già di per sé discriminante, nella sola considerazione linguistica, dei generi uomo-donna escludendo a priori altri tipi di genere. L’esclusione ai danni della diversità di genere viene esasperata poi, secondo il manifesto e non a torto, dalle istituzioni, da leggi mal formulate, che non riconoscono o indeboliscono i diritti civili delle donne, da una mancanza effettiva di educazione e sensibilizzazione nel sistema educativo e formativo del nostro paese. La lista, lunghissima, di un programma dettagliato, in cui a ragione si parla spesso di violenza maschile, ma di una rivendicazione “tutta”, esclusivamente,  al femminile.

 In virtù di questa esclusività, due cose diventano fondamentali, la prima è che non è il linguaggio che crea stereotipi né luoghi comuni, ma è la cultura o meglio la sottocultura o, ancora peggio, la sua mancanza, che li genera; secondo, che l’evoluzione, il riconoscimento e il riscatto del mondo femminile non può prescindere dal riscatto anche dell’universo maschile.

 Bisognerebbe scandagliare le ragioni culturali, emotive, psicologiche, educative per cui una parte degli uomini commette ed esercita violenza sulle donne, con un’incidenza che cresce nel tempo. Rispettando doverosamente il dolore causato da atti efferati e criminosi, ai danni delle donne, avvenuti in Italia negli ultimi anni e non solo, la domanda è perchè questa parte di uomini sceglie o è suo malgrado carnefice?

 La cultura sottesa e sedimentata nei secoli di patriarcato della storia occidentale si è resa colpevole di forme di cliché, in tema di genere, estremamente resistenti nella mentalità delle comunità . Soprattutto è difficile da sradicare un certo concetto di ‘virilità’, di ‘machismo’, ancor più radicato nel sud del nostro paese, in cui vi sono ancora delle forme di visione arcaica dell’uomo-padrone-tutore dove la gestione dei rapporti gerarchici e di potere sono ad esclusivo appannaggio del maschio con tutte le devianze che ne possono derivare. Questa dimensione di predominanza e di leadership determina a sua volta una visione identitaria del maschio fortemente contraddistinta da tutti quei tratti caratteriali che servono a tutelare la conservazione di quello stesso stato di potere, come l’aggressività, la vendetta, la prevaricazione, il possesso, il senso di onnipotenza e la conseguente degenerazione di questi stessi aspetti che spesso accompagnano condizioni di questo tipo.

 Accantonando per un istante il concetto di colpa, senza per questo alleggerirne il significato, mi chiedo: non è la società che deve restituire a questi uomini e alle generazioni future una diversa visione identitaria del maschio stesso? Non è la società che deve privare il maschio dell’equazione che la predominanza e la leadership fanno di uomo un vincente? Non dovrebbe essere la società attraverso l’educazione a promuovere un diverso rapporto del maschio con la propria emotività, in cui il pianto o la paura, espressioni emotive comuni a tutti gli esseri umani, non debbano essere considerate un elemento distonico rispetto all’integrità maschile?

 E’ qui, dunque, una possibile risposta ad uno stop alla violenza sulle donne, quella a partire da un piano esclusivamente culturale e conseguentemente educativo, rivolto in primis al genere maschile, rispetto ad un’evoluzione identitaria, difficilissima da attuare in Italia, che possa scardinare preconcetti di genere estremamente controproducenti.

 E’ auspicabile quindi che i nascenti movimenti femministi riescano a guardare a soluzioni di inclusione dei generi dove gli strumenti e gli spazi per autodeterminarsi siano condivisi sia da donne che da uomini. La rivoluzione di un riscatto femminile parte dal coinvolgimento del genere maschile verso un riscatto identitario non preconcetto e libero dai condizionamenti sociali che apra un dialogo tra le parti, includendo la diversità e il rispetto della stessa in ogni sua forma. Fermare la violenza contro le donne non può e non deve essere un compito relegato solo alle donne, rispetto alla rivendicazione dei propri diritti, ma deve essere un percorso sostenuto e valorizzato dagli stessi uomini, lungo un processo di discussione socio-culturale risanato da reciproci stereotipi.

 Ecco allora perchè, in occasione della manifestazione di ieri 25 novembre, era importante, anzi importantissimo, che quel giovane uomo potesse essere alla testa del corteo insieme alle donne.

di Chiara Forti
Pubblicato il 26/11/2017