“INVITI SUPERFLUI” di DINO BUZZATI. Per la giornata mondiale della poesia un breve racconto di Buzzati.

Il racconto appare inizialmente nella raccolta “Paura alla scala” edito da Mondadori nel 1949, poi incluso nell’edizione del 1958 in una nuova raccolta titolata “Sessanta racconti” e successivamente inserito nell’antologia “La boutique del pensiero” edito nel 1968. 

Inviti superflui

Vorrei che tu venissi da me una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi, per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

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Yves Klein e Dino Buzzati durante il rituale di cessione di una Zone de sensibilité picturale immatérielle. Parigi, Pont-au-Double, 26 gennaio 1962 .

 

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola. Ma tu – adesso mi ricordo – mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrare la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti d’essere stanca; solo questo e nient’altro.

Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dai prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti “Che bello!” Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.

Ma tu – ora che ci penso – tu ti guarderesti intorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata ad esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti “Che bello!”, ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici.

Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di se una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo. Ma tu – lo capisco bene – invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. E’ inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo e donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.

Ma tu – adesso ci penso – sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

 

di Dino Buzzati

 

Pubblicato il 21/03/2018

PERCHE’ “@” DOVREBBE RESTARE SOLO UN LOGOGRAMMA.

Sul manifesto programmatico presentato dal movimento femminista Non Una di Meno: perché “@” dovrebbe rimanere solo un logogramma e non diventare un grafema/fonema per rivendicare un linguaggio “non sessuato” e più affine ai movimenti femministi.

Perché la questione della violenza sulle donne non può e non deve rimanere una questione esclusivamente femminile quando colpevole è prima di tutto la cultura sottintesa nei generi sessuali, determinata da secoli di patriarcato.

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© Mar Ordonez/ El arte de mi madre

All’indomani della manifestazione di Roma indetta dall’associazione femminista ‘Non una di meno’ che ha contato felicemente migliaia di presenze viene da chiedersi però, soprattutto dopo averne letto il manifesto programmatico presentato il 21 novembre, Piano contro la violenza maschile e la violenza di genere, se questo tipo di femminismo è realmente quello che ci rappresenta come donne, come cittadine ma soprattutto come componenti di una comunità complessa in cui le differenze non solo vanno accolte, ma ancor di più comprese. Emblematica una circostanza durante lo svolgimento dell’evento apparentemente insignificante, ma fortemente significativa: quello di un giovane, di sesso maschile, a cui è stato negato in malo modo di manifestare alla testa del corteo perché riservato a sole donne.

 Leggendo il manifesto programmatico, che conta ben cinquantasette pagine, sono rimasta colpita dalla premessa iniziale che dichiara “la lingua italiana” “una lingua sessuata” perché distingue tra genere maschile e femminile e non possiede al contrario di altre lingue, come ad esempio l’inglese, il genere neutro, rivendicando il logogramma @ come un nuovo fonema da utilizzare come riscatto linguistico e conseguentemente dove la parola “donn@” dovrebbe indurci a sentirci maggiormente rappresentate e riscattate a partire dal linguaggio.

 Alla lingua “sessuata” italiana non possiamo certo fare il torto di non riconoscerla come una tra le lingue neolatine, che dalle antichissime radici indoeuropee fino al latino volgare, risulta tra le più complicate e articolate. Non possiamo fare il torto di colpevolizzare la lingua italiana perché nel tempo ha perso il genere neutro. Nella nostra bellissima lingua non c’è nulla di discriminante, semmai lo diventa l’uso che se ne fa.

 Il problema non è rinnovare o ancora peggio deformare una lingua affinché non risulti “sessuata” o ancora peggio sessista, perché la lingua italiana se usata correttamente non lo è, semmai il problema è quello di educare all’espressione di un linguaggio che non sia sessista.

 E’ auspicabile che un “linguaggio inclusivo e foriero di nuove parole” (cit.) non faccia di un logogramma un simbolo, ma semmai che utilizzi connessioni linguistiche che possano esprimere concetti e significati nuovi e più specifici.

 Continuando ad analizzare il programma il linguaggio italiano sarebbe foriero di un concetto binario del genere, ovvero quello maschile e quello femminile, quindi già di per sé discriminante, nella sola considerazione linguistica, dei generi uomo-donna escludendo a priori altri tipi di genere. L’esclusione ai danni della diversità di genere viene esasperata poi, secondo il manifesto e non a torto, dalle istituzioni, da leggi mal formulate, che non riconoscono o indeboliscono i diritti civili delle donne, da una mancanza effettiva di educazione e sensibilizzazione nel sistema educativo e formativo del nostro paese. La lista, lunghissima, di un programma dettagliato, in cui a ragione si parla spesso di violenza maschile, ma di una rivendicazione “tutta”, esclusivamente,  al femminile.

 In virtù di questa esclusività, due cose diventano fondamentali, la prima è che non è il linguaggio che crea stereotipi né luoghi comuni, ma è la cultura o meglio la sottocultura o, ancora peggio, la sua mancanza, che li genera; secondo, che l’evoluzione, il riconoscimento e il riscatto del mondo femminile non può prescindere dal riscatto anche dell’universo maschile.

 Bisognerebbe scandagliare le ragioni culturali, emotive, psicologiche, educative per cui una parte degli uomini commette ed esercita violenza sulle donne, con un’incidenza che cresce nel tempo. Rispettando doverosamente il dolore causato da atti efferati e criminosi, ai danni delle donne, avvenuti in Italia negli ultimi anni e non solo, la domanda è perchè questa parte di uomini sceglie o è suo malgrado carnefice?

 La cultura sottesa e sedimentata nei secoli di patriarcato della storia occidentale si è resa colpevole di forme di cliché, in tema di genere, estremamente resistenti nella mentalità delle comunità . Soprattutto è difficile da sradicare un certo concetto di ‘virilità’, di ‘machismo’, ancor più radicato nel sud del nostro paese, in cui vi sono ancora delle forme di visione arcaica dell’uomo-padrone-tutore dove la gestione dei rapporti gerarchici e di potere sono ad esclusivo appannaggio del maschio con tutte le devianze che ne possono derivare. Questa dimensione di predominanza e di leadership determina a sua volta una visione identitaria del maschio fortemente contraddistinta da tutti quei tratti caratteriali che servono a tutelare la conservazione di quello stesso stato di potere, come l’aggressività, la vendetta, la prevaricazione, il possesso, il senso di onnipotenza e la conseguente degenerazione di questi stessi aspetti che spesso accompagnano condizioni di questo tipo.

 Accantonando per un istante il concetto di colpa, senza per questo alleggerirne il significato, mi chiedo: non è la società che deve restituire a questi uomini e alle generazioni future una diversa visione identitaria del maschio stesso? Non è la società che deve privare il maschio dell’equazione che la predominanza e la leadership fanno di uomo un vincente? Non dovrebbe essere la società attraverso l’educazione a promuovere un diverso rapporto del maschio con la propria emotività, in cui il pianto o la paura, espressioni emotive comuni a tutti gli esseri umani, non debbano essere considerate un elemento distonico rispetto all’integrità maschile?

 E’ qui, dunque, una possibile risposta ad uno stop alla violenza sulle donne, quella a partire da un piano esclusivamente culturale e conseguentemente educativo, rivolto in primis al genere maschile, rispetto ad un’evoluzione identitaria, difficilissima da attuare in Italia, che possa scardinare preconcetti di genere estremamente controproducenti.

 E’ auspicabile quindi che i nascenti movimenti femministi riescano a guardare a soluzioni di inclusione dei generi dove gli strumenti e gli spazi per autodeterminarsi siano condivisi sia da donne che da uomini. La rivoluzione di un riscatto femminile parte dal coinvolgimento del genere maschile verso un riscatto identitario non preconcetto e libero dai condizionamenti sociali che apra un dialogo tra le parti, includendo la diversità e il rispetto della stessa in ogni sua forma. Fermare la violenza contro le donne non può e non deve essere un compito relegato solo alle donne, rispetto alla rivendicazione dei propri diritti, ma deve essere un percorso sostenuto e valorizzato dagli stessi uomini, lungo un processo di discussione socio-culturale risanato da reciproci stereotipi.

 Ecco allora perchè, in occasione della manifestazione di ieri 25 novembre, era importante, anzi importantissimo, che quel giovane uomo potesse essere alla testa del corteo insieme alle donne.

di Chiara Forti
Pubblicato il 26/11/2017