PERCHE’ “@” DOVREBBE RESTARE SOLO UN LOGOGRAMMA.

Sul manifesto programmatico presentato dal movimento femminista Non Una di Meno: perché “@” dovrebbe rimanere solo un logogramma e non diventare un grafema/fonema per rivendicare un linguaggio “non sessuato” e più affine ai movimenti femministi.

Perché la questione della violenza sulle donne non può e non deve rimanere una questione esclusivamente femminile quando colpevole è prima di tutto la cultura sottintesa nei generi sessuali, determinata da secoli di patriarcato.

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© Mar Ordonez/ El arte de mi madre

All’indomani della manifestazione di Roma indetta dall’associazione femminista ‘Non una di meno’ che ha contato felicemente migliaia di presenze viene da chiedersi però, soprattutto dopo averne letto il manifesto programmatico presentato il 21 novembre, Piano contro la violenza maschile e la violenza di genere, se questo tipo di femminismo è realmente quello che ci rappresenta come donne, come cittadine ma soprattutto come componenti di una comunità complessa in cui le differenze non solo vanno accolte, ma ancor di più comprese. Emblematica una circostanza durante lo svolgimento dell’evento apparentemente insignificante, ma fortemente significativa: quello di un giovane, di sesso maschile, a cui è stato negato in malo modo di manifestare alla testa del corteo perché riservato a sole donne.

 Leggendo il manifesto programmatico, che conta ben cinquantasette pagine, sono rimasta colpita dalla premessa iniziale che dichiara “la lingua italiana” “una lingua sessuata” perché distingue tra genere maschile e femminile e non possiede al contrario di altre lingue, come ad esempio l’inglese, il genere neutro, rivendicando il logogramma @ come un nuovo fonema da utilizzare come riscatto linguistico e conseguentemente dove la parola “donn@” dovrebbe indurci a sentirci maggiormente rappresentate e riscattate a partire dal linguaggio.

 Alla lingua “sessuata” italiana non possiamo certo fare il torto di non riconoscerla come una tra le lingue neolatine, che dalle antichissime radici indoeuropee fino al latino volgare, risulta tra le più complicate e articolate. Non possiamo fare il torto di colpevolizzare la lingua italiana perché nel tempo ha perso il genere neutro. Nella nostra bellissima lingua non c’è nulla di discriminante, semmai lo diventa l’uso che se ne fa.

 Il problema non è rinnovare o ancora peggio deformare una lingua affinché non risulti “sessuata” o ancora peggio sessista, perché la lingua italiana se usata correttamente non lo è, semmai il problema è quello di educare all’espressione di un linguaggio che non sia sessista.

 E’ auspicabile che un “linguaggio inclusivo e foriero di nuove parole” (cit.) non faccia di un logogramma un simbolo, ma semmai che utilizzi connessioni linguistiche che possano esprimere concetti e significati nuovi e più specifici.

 Continuando ad analizzare il programma il linguaggio italiano sarebbe foriero di un concetto binario del genere, ovvero quello maschile e quello femminile, quindi già di per sé discriminante, nella sola considerazione linguistica, dei generi uomo-donna escludendo a priori altri tipi di genere. L’esclusione ai danni della diversità di genere viene esasperata poi, secondo il manifesto e non a torto, dalle istituzioni, da leggi mal formulate, che non riconoscono o indeboliscono i diritti civili delle donne, da una mancanza effettiva di educazione e sensibilizzazione nel sistema educativo e formativo del nostro paese. La lista, lunghissima, di un programma dettagliato, in cui a ragione si parla spesso di violenza maschile, ma di una rivendicazione “tutta”, esclusivamente,  al femminile.

 In virtù di questa esclusività, due cose diventano fondamentali, la prima è che non è il linguaggio che crea stereotipi né luoghi comuni, ma è la cultura o meglio la sottocultura o, ancora peggio, la sua mancanza, che li genera; secondo, che l’evoluzione, il riconoscimento e il riscatto del mondo femminile non può prescindere dal riscatto anche dell’universo maschile.

 Bisognerebbe scandagliare le ragioni culturali, emotive, psicologiche, educative per cui una parte degli uomini commette ed esercita violenza sulle donne, con un’incidenza che cresce nel tempo. Rispettando doverosamente il dolore causato da atti efferati e criminosi, ai danni delle donne, avvenuti in Italia negli ultimi anni e non solo, la domanda è perchè questa parte di uomini sceglie o è suo malgrado carnefice?

 La cultura sottesa e sedimentata nei secoli di patriarcato della storia occidentale si è resa colpevole di forme di cliché, in tema di genere, estremamente resistenti nella mentalità delle comunità . Soprattutto è difficile da sradicare un certo concetto di ‘virilità’, di ‘machismo’, ancor più radicato nel sud del nostro paese, in cui vi sono ancora delle forme di visione arcaica dell’uomo-padrone-tutore dove la gestione dei rapporti gerarchici e di potere sono ad esclusivo appannaggio del maschio con tutte le devianze che ne possono derivare. Questa dimensione di predominanza e di leadership determina a sua volta una visione identitaria del maschio fortemente contraddistinta da tutti quei tratti caratteriali che servono a tutelare la conservazione di quello stesso stato di potere, come l’aggressività, la vendetta, la prevaricazione, il possesso, il senso di onnipotenza e la conseguente degenerazione di questi stessi aspetti che spesso accompagnano condizioni di questo tipo.

 Accantonando per un istante il concetto di colpa, senza per questo alleggerirne il significato, mi chiedo: non è la società che deve restituire a questi uomini e alle generazioni future una diversa visione identitaria del maschio stesso? Non è la società che deve privare il maschio dell’equazione che la predominanza e la leadership fanno di uomo un vincente? Non dovrebbe essere la società attraverso l’educazione a promuovere un diverso rapporto del maschio con la propria emotività, in cui il pianto o la paura, espressioni emotive comuni a tutti gli esseri umani, non debbano essere considerate un elemento distonico rispetto all’integrità maschile?

 E’ qui, dunque, una possibile risposta ad uno stop alla violenza sulle donne, quella a partire da un piano esclusivamente culturale e conseguentemente educativo, rivolto in primis al genere maschile, rispetto ad un’evoluzione identitaria, difficilissima da attuare in Italia, che possa scardinare preconcetti di genere estremamente controproducenti.

 E’ auspicabile quindi che i nascenti movimenti femministi riescano a guardare a soluzioni di inclusione dei generi dove gli strumenti e gli spazi per autodeterminarsi siano condivisi sia da donne che da uomini. La rivoluzione di un riscatto femminile parte dal coinvolgimento del genere maschile verso un riscatto identitario non preconcetto e libero dai condizionamenti sociali che apra un dialogo tra le parti, includendo la diversità e il rispetto della stessa in ogni sua forma. Fermare la violenza contro le donne non può e non deve essere un compito relegato solo alle donne, rispetto alla rivendicazione dei propri diritti, ma deve essere un percorso sostenuto e valorizzato dagli stessi uomini, lungo un processo di discussione socio-culturale risanato da reciproci stereotipi.

 Ecco allora perchè, in occasione della manifestazione di ieri 25 novembre, era importante, anzi importantissimo, che quel giovane uomo potesse essere alla testa del corteo insieme alle donne.

di Chiara Forti
Pubblicato il 26/11/2017